Florilegio: composto dal latino flos, floris “fiore”, con un derivato del verbo latino legere “raccogliere”, calco del greco anthología. Voce letterale usata per indicare una raccolta.

La magia delle piante è la più antica ed allo stesso tempo la più accessibile forma di magia, in quanto i suoi strumenti crescono intorno a noi. Nelle varie epoche l’uomo ha raccolto ed organizzato in antologie tali piante creando così il primo giardino.

All’origine il giardino aveva un significato magico e religioso: era la realizzazione di un’aspirazione dell’uomo, che si concretizzava in quello che veniva chiamato locus amoenus, cioè luogo di piacere, ricco di meraviglie ed abitato dagli dei. Molte religioni, infatti, hanno avuto il loro mitico giardino: basti pensare all’Eden degli ebrei, all’Eridu degli assiri, all’Ida-Varsha degli indù ed ai boschi sacri dei druidi e dei pagani.
La scelta di dedicare un piccolo spazio ad un florilegio di piante magiche vuole offrire un’occasione piacevole per riscoprire il linguaggio esoterico del giardino. In questa nuova luce ritroveremo un riferimento diretto con la foresta alchimistica e la fontana ci apparirà come la mitica fons juventutis delle origini. L’acqua è intesa come punto di convergenza tra la cultura religiosa occidentale ed orientale. Quattro sono i fiumi che alimentano il giardino dell’Eden: il Pison, il Ghihon, l’Hiddechel e l’Eufrate. Quattro i fiumi che attraversano il giardino cinese dei “Draghi della Sapienza”: l’Oxus, l’Indo, il Gange, il Nilo. Quattro: numero simbolo della terra, rappresentato nella nostra aiuola dalle quattro pietre disposte a croce convergenti nel cerchio, che ricorda la forma della chioma degli alberi, a significare l’incontro tra la terra ed il cielo, tra la logica delle cose terrene ed il fascino delle cose celesti, tra il temporale e l’eterno.

Ippocrate asserisce che: “Il numero sette, per le sue virtù occulte, tende a realizzare tutte le cose; è il dispensore di vita e fa parte di tutti i cambiamenti, come la luna che cambia ogni sette giorni”. Nel tardo cinquecento, rifacendosi probabilmente all’esoterismo di Ippocrate, si riteneva che il giardino dovesse contenere sette piante perenni o un multiplo di sette; seguendo anche questo criterio è stata stilata la lista delle specie presenti nell’aiuola. La magia della settima pianta risale probabilmente alla mistica dei numeri che identifica nel sette il numero completo, perché è formato dal quattro che simboleggia la materia e dal tre che rappresenta lo spirito e quindi corrisponde alla somma magica dei due elementi. La Bibbia usa sette nomi per indicare la terra, sette per il cielo, sette giorni servivano per piangere una perdita dolorosa, il mondo fu creato in sette giorni, compreso quello del riposo. La Cabala ebraica identifica sette divinità mitologiche con le gerarchie celesti.
La magia del sette e la magia della luna s’incrociano inevitabilmente. Esiodo ne “Le opere e i giorni” raccomandava di mettere a dimora le piante e di seminare i fiori al settimo giorno della luna crescente, perché si riteneva che tale giorno fosse magico. Erodoto aggiunge che: “Soprattutto i giardinieri ed i medici devono tener conto della luna, perché la dea madre incide maggiormente sulle creature più delicate”.
Secondo la vecchia tradizione, quando i tre giorni degli Inferi, cioè gli ultimi tre giorni del ciclo lunare erano passati, la dea Artemide, sorella di Apollo, figlia di Giove e di Latona, ricompariva in giardino e donava alle piante un nuovo impulso di vita. Questa leggenda è rimasta viva nel tempo: ancora oggi, in alcune località dei paesi balcanici, si usa portare agli ammalati un ramo di artemisia (Artemisia sp.), pianta dedicata alla dea Artemide, perché si ritiene che questo dono sia di buon auspicio e porti salute e gioia di vivere.

Per rendere il giardino esoterico più completo è stato usato il simbolo della trinità per la realizzazione della fontana e dell’aiuola retrostante. Il disegno raffigura un cerchio con un diametro corrispondente ad un numero sacro 1+ 6 = 7 oppure 1+ 2 = 3, nel cui interno vi sono due cerchi concentrici. Alcuni vedono in questi simboli le tre ore magiche del giorno: l’aurora, il mezzogiorno, il tramonto; o ancora le tre madri della Cabala: Alef, Mem, Scin. In ogni caso il contenuto dell’aiuola è magico e pertanto deve essere separato dagli spazi comuni, tradizionalmente riservato agli iniziati ed alle anime elette. Per tale recinzione si ricorreva fin dal Medioevo all’uso dei mattoni.
La magia è metafora del rapporto con la natura, fondamento dell’edificio mentale che l’uomo erige contro l’indistinto, stimolo per la conoscenza di tradizioni spesso basate su poteri officinali, o su tabù dettati dall’effettiva pericolosità del vegetale e non un incentivo alla ripresa di superstizione ed arretratezza.

 

Helleborus niger – Elleboro bianco – Rosa di Natale

Secondo un mito greco, Melampo, utilizzando l’elleboro, guarì dalla follia le figlie di Preto, re di Tirinto. ”Ha bisogno dell’elleboro” era un modo proverbiale per indicare un matto. La pianta è velenosa ed era usata dagli adepti nei riti esoterici e nelle notti del sabba. La reale azione anestetica e narcotica del rizoma, dovuta alla presenza di un glucoside, l’elleborina, è simbolicamente associata alla capacità della pianta polverizzata di rendere invisibili le persone.

Atropa belladonna “Lutea” – Belladonna gialla

Il nome volgare deriva dall’uso che in Italia ne facevano le dame: la belladonna in forma di collirio, dilatava la pupilla, donando agli occhi un magnifico splendore.
Il nome scientifico Atropa belladonna deriva da Atropos, la terza delle Parche che taglia il filo della vita. In greco atropos vuol dire crudele, inflessibile: basta, infatti, una decina delle sue bacche per provocare la morte.
Belladonna, giusquiamo e stramonio sono gli ingredienti principali dell’”unguento delle streghe” i cui principi tossici penetrano nell’organismo attraverso i pori della pelle e provocano un sonno profondo con sensazioni d’irresistibili corse sfrenate in aria e danze frenetiche.
Per riabilitare questa bella pianta, bisogna ricordare che la presenza del glucoside digitalina la rende ancor oggi uno tra i migliori farmaci cardiotonici.

Digitalis purpurea – Digitale rossa

L’aspetto particolare delle corolle della digitale ha da sempre stimolato l’immaginazione popolare: chi ha visto in esse dei ditali per cucire, in latino digitale, chi le dita guantate della Vergine (probabilmente un tentativo di santificazione per neutralizzare una pianta così pericolosa). Infatti, dieci grammi delle sue foglie seccate sono sufficienti ad uccidere un uomo, tra atroci sofferenze. Ma forse dietro la buona Vergine si nascondeva anche la presenza, a volte malefica, delle fate, che si credeva dormissero nei fiori. In inglese la digitale si chiama “guanto di volpe” (Foxlove) ed in tedesco “cappello di volpe” (Fuchshut): questo animale nelle campagne, è sempre stato considerato un’incarnazione delle forze malvagie, degli spiriti maligni.

Lilium candidum –Giglio di S. Antonio

Fiore dedicato ad Era, dea della purezza, è presente in molte iconografie religiose, tra cui quelle di S. Antonio da Padova e della Madonna. Per la sua straordinaria capacità di riproduzione, è fin dai tempi antichi legato anche alla fecondità. Lo ritroviamo in alcune scene liturgiche incise su anelli ritrovati ad Isopata, Micene e Rutsi. Compare anche nella fruttiera del I palazzo di Festos nella stilizzazione della danza di krìnon o “danza del giglio”. Nell’arte decorativa sia minoica che micenea aveva un significato ed una funzione sacrale e veniva chiamarto ánthos ántheon, il “fiore dei fiori”.
Nell’araldica il fiore è assunto a simbolo della regalità.

 


La scelta delle specie si è basata principalmente sull’elenco delle piante descritte in:

  • Baschera, R., Tagliabue, W., 1990 – Lo spazio magico. Mondatori, Milano.
  • Brosse, J., 1992 – La magia delle piante. Studio Tesi, Pordenone.
  • Brosse, J., 1991 – Mitologia degli alberi. Rizzoli, Milano.
  • Cabrera, L., 1984 – Piante e magia. Rizzoli, Milano.

Lavori in pietra per la fontana del Florilegio di piante magiche realizzati da Salvatore Sanna.